mercoledì 14 febbraio 2018

Workshop Intensivo a Milano il 24 Marzo: Mollare la presa e lasciarsi andare alla vita

Tra Occidente e Oriente una procedura per lasciar andare in 7 passi.
Perché a volte il punto non è fare di più o fare meglio, ma mollare la presa su quello che non ci sta più bene.

Un incontro di una giornata focalizzato più che sull'aggiungere sul togliere, che tra momenti di riflessione e condivisione, teoria e pratica, propone un viaggio al cuore del nostro lasciar andare o meno ciò cui siamo aggrappati.


Obiettivi:
- Conoscere e approfondire il tema del lasciar andare, esplorandolo a livello teorico dal Buddismo passando per Freud fino alla Psicoterapia della Gestalt
- Riflettere assieme su ciò che lasciamo e non lasciamo andare
- Sperimentare esercizi specifici per mollare la presa
- Lasciar andare col corpo e l'immaginazione
- Esplorare una tecnica specifica in 7 passi per lasciar andare.

Il percorso é rivolto:

  • al professionista delle relazioni d'aiuto che desidera approfondire il tema del lasciar andare
  • a chi accompagna persone alle prese con perdite e crisi
  • a chi vuole liberarsi dai sensi di colpa,
  • a chi vuole iniziare a lasciar andare le proprie ansie,
  • a chi intende superare lo scoglio rappresentato da una perdita, da una ferita dell’anima, da una caratteristica personale limitante
  • a chi vuole semplicemente vivere in modo più pieno e consapevole il proprio presente e le proprie relazioni
Relatore:  Dott.ssa Gabriella Giunco, psicologa psicoterapeuta della Gestalt

Costo:  40 Euro.


Sede: SIBIG, Via Marcona 24, Milano

Data: Sabato 24 MARZO 2018, ore 9,30 - 13 e 14 - 17,30

Per informazioni e iscrizioni: contattare la Dr.ssa Gabriella Giunco, cell 389 4950649 email g.giunco(@)tiscali.it

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PER SAPERNE DI PIU - ALL'ORIGINE DEL WORKSHOP


"Mai ti è dato un desiderio senza che ti sia dato anche il potere di realizzarlo” (Richard Bach): realizzare e mollare la presa sono due facce della stessa medaglia,  espressione di due tipi di aggressività, entrambe necessarie perché possiamo chiudere le situazioni irrisolte e soddisfare i nostri bisogni... realizzare i desideri legati a diventare ciò che siamo. Questo workshop nasce da osservazioni cliniche e personali: per molti di noi il punto non è tanto autorizzarci a lottare per ottenere ciò che vogliamo, magari disponiamo di una buona capacità aggressiva (nel senso ad-gredior, “vado verso”), il punto è che prima ancora ci occorre mollare la presa su altro. Può essere un introietto, un lutto non elaborato, un “ormai” travestito da “ancora” che non ci sta più bene e teniamo artificialmente in vita. Quando non lasciamo andare, siamo posseduti da ciò cui siamo attaccati e ci muoviamo nel mondo come se guidassimo un’automobile col freno a mano tirato: possiamo anche dare gas, faremo pochi metri in avanti e con enormi sforzi.

L’attaccamento nel senso buddista del termine interferisce con l’autoregolazione organismica e, in senso più ampio, toglie sapore e leggerezza all’esistenza. Il workshop si concentra, non a caso, sul lasciar andare la morte e il lasciarsi andare alla vita.  Il primo riguarda il mollare la presa su quanto ha cessato di far parte della nostra vita (lavoro del lutto) o é ormai superato (ruoli obsoleti, rapporti “appiccicati addosso”). Permettere alla gestalt incompiuta di procedere verso la sua naturale chiusura, mollando la presa, è legato anche al lasciarsi andare alla vita, che riguarda il concederci di essere davvero presenti, mollando con fiducia il controllo e vivendo quanto la vita ci offre qui e ora.

Occorre lasciar andare ciò che si è stati per accogliere ciò che ora si è e si può essere: un processo impegnativo, ricorda Perls “sopportare di morire per poi rinascere non è facile”. Durante l’incontro spazieremo tra Occidente e Oriente fino a introdurre una procedura per lasciar andare in 7 passi, esito di studio personale, e sperimenteremo esercizi ad hoc.

martedì 7 novembre 2017

Oltre la comunicazione efficace: passare dal giocare a scacchi al giocare a tennis


 La parola è un atto a due facce. E' determinata ugualmente dal di chi è la parola e per chi è intesa. Una parola è un ponte gettato tra me e l'altro. Se un'estremità del ponte dipende da me, allora l'altra dipende dal mio destinatario. Una parola è un territorio in comune fra il parlante e il suo interlocutore” (Bachtin, 1976, p.159).
La parola è un ponte gettato tra me e l’altro, un atto che dipende tanto da me quanto dalla persona cui mi rivolgo. Questo è per me il cuore della comunicazione, ho letto queste parole di Bachtin per la prima volta a 22 anni e da allora mi sono rimaste dentro, tanto che quando mi sono laureata nel lontano 2005 ho scelto come relatore il professore Carlo Galimberti,  da cui le avevo sentite a lezione per la prima volta.
Nei corsi di comunicazione efficace a volte si parla quasi esclusivamente di tecniche, di “trucchi” per gestire le obiezioni, di modi per conoscere e sfruttare i silenzi e di come usare l’ascolto dell’altro a favore dei nostri scopi. Quando ciò accade si perde di vista l’essenza della comunicazione, che è per sua natura scambio e reciprocità. E questa sua natura si afferma anche  e soprattutto quando l’altro non ci sta, “fa orecchie da mercante” rispetto a quanto gli diciamo o chiediamo: la non collaborazione dell’altro è il suo modo di comunicare con noi e ci mostra molto chiaramente che non siamo onnipotenti e che se l’altro non ci sta, non possiamo imporci. Questo perché non basta che io costruisca il mio messaggio nel modo più chiaro e pulito possibile, veicolandolo coi registri paraverbali e non verbali più adatti (tono, volume di voce, sguardo e postura “giusti”, fermi e accoglienti allo stesso tempo), occorre tener conto dell’altro e della sua assoluta libertà rispetto al come sceglierà di reagire a quanto gli dico: “un’estremità del ponte dipende da me, l’altra dipende dal mio destinario” ribadisce Bachtin.
Prima di pensare a come comunicare meglio possiamo fare molto per la qualità della nostra comunicazione ripartendo da qui: dal riconoscere che siamo sempre un io e un tu in relazione.
Non siamo onnipotenti, l’illusione di poter controllare quanto avviene nello scambio con l’altro è destinata a cadere - e per fortuna, altrimenti dove sarebbe la sorpresa di incontrare qualcuno per davvero? Crolla l'illusione, viene riconosciuto il ruolo di entrambe le parti dialoganti, che ci si riesca a capire o che si fallisca, che si trovi un accordo o meno: la responsabilità è sempre di entrambi gli interlocutori, mai solo di una parte. Chiunque – se riflette sulla propria vita di relazione – sa bene che è così che stanno le cose.
Ognuno è responsabile sempre e solo del proprio pezzo di ponte. Questo ci spoglia dell’illusione di poter convincere l’altro, sradica l’idea di “poter far capire all’altro che…”, mentre restituisce all’altro la piena sovranità di sé stesso:  di fatto non facciamo altro che tornare alla realtà, possiamo constatare che non abbiamo convinto l’altro, abbiamo fatto del nostro meglio e l’altro ha scelto di seguirci, “si è convinto”.
Perdere l’onnipotenza può suonare sgradevole… cerchiamo ora di starci dentro un po’ più a lungo… proviamo a dirci che a noi spetta costruire al meglio la nostra parte di ponte e solo quella, così come all’altro spetta di decidere cosa fare del suo pezzo di ponte… respiriamoci dentro… chissà, forse la musica sta cambiando e il tutto ci inizia a sembrare tanto vero quanto liberatorio.
Magari ci arrivano pensieri sparsi del tipo “allora non è colpa mia se l’altro non…  “allora non dipende tutto da me…”, “allora anche l’altro deve fare la sua parte… non è tutto sulle mie spalle”. Sì è proprio così, il peso e la meraviglia della comunicazione sono sulle spalle di entrambi,  di chi parla e di chi ascolta, mittente e destinatario.
L’altro ha un’importanza sostanziale nella comunicazione, persino negli scambi più semplici non c’è nulla di scontato.

A volte pensiamo di dover prescindere dall’altro “perché tanto lui/lei non mi risponderà, non c’è o non c’è mai stato” o “perché tanto non ci so fare con la gente, meglio non provare nemmeno a farmi capire, meglio rinunciare a cercare di capire chi ho davanti”, altre volte pensiamo di poter bypassare il nostro interlocutore, crediamo di poter fare il nostro ponte da soli, prevedere tutte le mosse dell’altro  “perché so già come la pensa”. In quel momento decidiamo di non stare in relazione fino in fondo, non ci lasciamo incuriosire e non riconosciamo chi abbiamo di fronte come davvero altro da noi.
Anche l’empatia può diventare una trappola, quando confondiamo il nostro risuonare con le emozioni dell’altro col capire cosa prova  o sente esattamente lui o lei. Provare empatia ci avvicina all’altro, ma non ci consente di fare un balzo oltre le differenze, ci aiuta a fare il nostro pezzo della comunicazione al meglio, ciò non toglie che l’altro resta l’altro per quanto io possa emozionarmi con lui/lei, sentire e stare profondamente con lui/lei.
Se iniziamo a bypassare l’altro ci chiudiamo in un mondo di proiezioni in cui crediamo di comunicare, ma di fatto facciamo tutto da soli, l’altro c’è ma noi non ne teniamo conto e preferiamo confrontarci con la nostra idea di lui/lei, i nostri pregiudizi su come ragiona secondo noi, su cosa farà dopo ecc.
Cominciamo a parlare meno, a confrontarci meno con l’altro in carne e ossa, mentre iniziamo a spendere le nostre risorse nella produzione di previsioni complesse riguardo cosa farà l’altro se io faccio così, e cosa risponderò in quel caso, e allora cosa accadrà ecc. Sviluppiamo diagrammi di flusso sul nostro rapporto con quella persona anziché stare in relazione con lei e spesso ci rimaniamo ingarbugliati dentro: comunicare con l’altro diventa  giocare a scacchi. L’altro c’è ma è solo una minaccia – può fare scacco matto al mio re – occorre io mi difenda e per farlo non si può dialogare, c’è da prevedere mosse e contromosse, agire poco e in modo ponderato, la posta in gioco è la vita del mio regno. A scacchi occorre essere lungimiranti e calcolatori, le mosse dirette non premiano.  Prima di fare la propria mossa c’è tutto il tempo di sentire la paura di sbagliare, di perdere un pezzo che conta, una torre o un fante o di peggio. A ogni mossa rischio di perdere qualcosa di mio, allora sì che rapportarmi all’altro diventa difficile.

L’immagine degli scacchi arriva da una seduta con una persona a me cara, un tempo mia paziente: la sua idea di fondo all’inizio del percorso con me era “che fatica stare in relazione, nel rapporto con l’altro deve andare tutto bene perché mi deve confermare nel mio valore, allora non posso sbagliare nulla, devo dire la cosa giusta nel momento giusto. Se ciò non accade, allora non c’è rimedio. E’ colpa mia, l’altro è perso e mi giudicherà.” E allora le occorreva pensare, prevedere, ipotizzare, l’ansia cresceva fino a paralizzarla, su quella scacchiera perdeva un pezzo dopo l’altro mentre saltava spesso il suo turno di gioco non decidendosi in tempo a muovere cosa.


Ricordo le avevo parlato di Lodge, della sua visione di comunicazione umana come giocare a tennis anziché a scacchi, consapevoli di farlo con una pallina molto particolare: “La conversazione è come giocare a tennis con una palla fatta di gomma semiliquida, che ha una forma diversa ogni volta che attraversa la rete”, perché “Quando mi dici qualcosa, io verifico di aver compreso il tuo messaggio ripetendolo con parole mie, perchè se lo ripetessi con le tue parole tu potresti dubitare che io abbia capito. Ma se uso le mie parole il risultato è che cambio il tuo significato, anche se solo di poco…”, tu rimani altro da me, non posso leggerti la mente, entrare così profondamente nel tuo significato, per quanto attento ti rimanderò una pallina sempre un po’ deformata. Di buono c’è che con questa consapevolezza di passaggio in passaggio ci possiamo avvicinare a una buona compresione reciproca, seppure mai perfetta.  E questo vale per tutto, anche per le conversazioni più semplici e banali.
Un esempio pratico? Ricordo un pomeriggio in studio ad agosto, seminterrato senza aria condizionata, la paziente  delle 16 si accomoda davanti a me e mi dice “che caldo che fa!”, io  le rispondo “vuoi che apro la finestra?”, lei replica “no, qui si sta bene, è fuori che fa caldo!”. In questi tre turni di parola c’è tutto: la persona mi manda un primo messaggio e io ipotizzo mi stia chiedendo di rinfrescare la stanza, la sua risposta (il terzo turno di parola) mi fa capire che la persona stava al contrario apprezzando la temperatura dello studio (un po’ meno caldo del clima in strada).
Un altro esempio? Coppia in stazione a Porta Garibaldi (Milano), lui “come è pesante la tua valigia”, lei “la porti sempre tu, dai ora la porto un po’ io”, lui replica “No, no, più che altro tua mamma ti doveva dare proprio tutte quelle conserve di marmellata?”. Lei credeva il compagno si lamentasse del peso e le chiedesse aiuto per quello, poi emerge dalla risposta di lui che il punto é in realtà la suocera, il come si chiarirà trai due più avanti, nel proseguire dello scambio.
Lasciando la stazione e tornando alla mia paziente, per lei è stato potente riscoprire la comunicazione come giocare a tennis con una pallina deformabile, dove ciò che premia è stare nel flusso del gioco, agire in modo diretto, stando in contatto con sé stessi e con l’altro, turno dopo turno: stare in questa metafora ci dà leggerezza, se sbagliamo non perdiamo un pezzo di noi (alfiere o pedone che sia), possiamo realizzare che è davvero normale non capirsi subito e, a volte, anche dopo molti passaggi.

La comunicazione quando funziona è un processo co-costruito in cui io faccio il mio e tu fai il tuo e ci “passiamo la palla” più volte finché non ci siamo avvicinati abbastanza a ciò che ognuno vuole comunicare all’altro. Occorre pazienza, senso del limite, curiosità e voglia di mettersi in gioco. E se non ci capiamo possiamo solo rivedere il nostro pezzo, modificare quello e vedere cosa se ne fa l’altro,  la responsabilità del successo o meno della comunicazione è di entrambi gli interlocutori, mentre non c’è colpa né merito solo individuale. Meno onnipotenti, ma anche meno colpevoli, più leggeri e consapevoli. Inoltre, quando smettiamo di lamentarci/sentirci in colpa per il pezzo di ponte che l’altro non fa/fa male secondo noi possiamo iniziare davvero a fare qualcosa per la nostra parte di ponte, col risultato che rinunciando all’onnipotenza e assumendoci la responsabilità solo di cosa facciamo noi iniziamo in realtà a essere molto più efficaci nel rapporto con l’altro. E arriviamo a quella comunicazione efficace da cui siamo partiti, ma in modo assolutamente nuovo e con delle sfumature di senso molto più fertili di relazione.

domenica 10 settembre 2017

Attivato a Settala un Servizio di Sostegno Psicologico per adulti e adolescenti

Siamo a Settembre, tempo di ripartire dopo la pausa estiva e di ritornare alla nostra vita di tutti i giorni. Mentre le scuole riaprono e gli uffici si riempiono, molti di noi si confrontano col "fare il punto": cosa ci é successo, cosa abbiamo fatto, cosa intendiamo realizzare, come stiamo e dove stiamo andando.
Questo momento può diventare una preziosa occasione di cambiamento: possiamo iniziare a prenderci cura del nostro benessere e delle nostre relazioni in modo nuovo, ascoltandoci di più, sperimentando nuove prospettive su di noi, sugli altri e sul mondo che ci circonda.

A Settala é stato attivato presso il Centro Medico in Via Verdi 10 un Servizio di Sostegno Psicologico, Counseling e Psicoterapia rivolto a tutti i cittadini residenti a prezzi calmierati.

Per maggiori informazioni e per fissare un primo colloquio conoscitivo basta contattarmi via mail o telefono.

Tutti i dettagli nella locandina qui riportata!


lunedì 16 gennaio 2017

Due incontri a Settala: "come gestire meglio lo stress: consapevolezza e tecniche"

"La vita é quello che ci accade tra un ostacolo e l'altro", ho letto una volta da qualche parte. Le difficoltà abbondano e non le possiamo, in effetti, mettere tra parentesi come eventi rari, "altri" rispetto alla natura dell'esistenza. Vivere implica tra le altre cose avere anche inevitabilmente dei problemi, e questo é il primo punto: lo stress é inevitabile, fa parte del pacchetto.
Gli ostacoli non sono magari la vita che vorremmo, ma sono vita in ogni caso: sono lì, davanti a noi o dentro di noi, innegabilmente presenti.
E in fondo anche noi siamo estremamente presenti e vivi in ogni singolo ostacolo che incontriamo e nel come lottiamo per gestirlo e superarlo: da come affrontiamo le situazioni stressanti impariamo spesso qualcosa di noi, talvolta scopriamo che stiamo cambiando o notiamo aspetti diversi del mondo che ci circonda.
Almeno una volta ognuno di noi si é sentito tremendamente vivo proprio perchè "ce l'aveva fatta": ha assaporato il lato eccitante dello stress, quello che dà sapore all'esistenza.

Descrivere lo stress con metafore culinarie é un'idea di Hans Selye, lo studioso della Sindrome Generale di Adattamento ideatore del concetto di "stress". Hans amava, infatti, dire che "lo stress é il sale della vita", al contempo aveva ben chiaro che spesso incontriamo problemi a dosare la salatura dei nostri piatti e rischiamo una vita saporita fino a diventare dolorosa.
Quando ciò accade spesso rimandiamo il vivere meglio a un altro momento, a "dopo che sarà finito questo periodo difficile" o a "quando potrò finalmente pensare un po' a me". 
La realtà é che la nostra vita é adesso ed é in questo qui e ora che siamo chiamati a prenderci cura di noi. 


Se immaginiamo la nostra mente come la superficie di un lago - attingendo a un'immagine buddista - le correnti dello stress cambiano la nostra vita sollevando onde nella mente. Non ha senso cercare di mettere una lastra di vetro sul lago per sopprimere articialmente le onde, nè ha senso aspettare un fantomatico momento senza onde: ci serve prendere atto che le onde ci sono e, casomai, ci occorre imparare a fare surf. 
E' dal desiderio di approfondire le tecniche per "fare surf" nella nostra vita che nasce l'idea di riprendere il progetto anti-stress iniziato col Comune di Settala nel 2014: ecco perchè quest'anno si terranno due nuove serate per conoscere di più il nostro stress, confrontarci sperimentare a fondo tecniche anti stress cognitive, immaginative, corporee e di potenziamento delle nostre risorse.

Gli incontri - in programmazione a Settala venerdì 17 febbraio 2017 e venerdì 24 marzo 2017 - si propongono come uno spazio di riflessione, condivisione e sperimentazione di nuovi modi di leggere e affrontare le nostre fonti di stress nel quotidiano. In questo contesto le tecniche antistress si pongono come validi supporti: sia come strumenti per aumentare la consapevolezza corporea (es. body scanning), sia come mezzi per aumentare il senso di padronanza delle situazioni (es. tecniche di gestione del tempo).

Conoscere il nostro stress e applicare con consapevolezza tecniche specifiche per gestirlo ci permette non solo di affrontare meglio gli ostacoli, ma anche e soprattutto di modificare il nostro atteggiamento interiore di fronte alle sfide e alle difficoltà, accedendo a quell'accettazione profonda della realtà senza la quale ogni tecnica rimarrebbe fredda e meccanica.
"La vita" in fondo "é quello che ti succede mentre sei impegnato a fare altri programmi" suggeriva John Lennon, e allora ben venga iniziare ad ascoltarci di più e a provare col supporto delle tecniche  nuovi modi di agire e stare al mondo.

Gli incontri, organizzati col Patrocinio dall'Assessorato alla Comunicazione, Partecipazione, Innovazione, Commercio e Tempo Libero del Comune di Settala, si terranno

presso l'Aula Consiliare di Via G. Verdi 8/C, Settala

Venerdì 17 Febbraio 2017 alle ore 20,45
Venerdì 24 Marzo 2017 alle ore 20,45

Partecipazione: gratuita

Relatrice: Dott.ssa Gabriella Giunco, Psicologa e Psicoterapeuta

Per maggiori dettagli, vi invito a visionare la locandina qui sotto.

Vi aspetto!


sabato 24 settembre 2016

Psicologia del Benessere: mollare la presa e lasciarsi andare alla vita

Nell'Università dei Corsi del Tempo Libero a Vignate quest'anno scoprirete un ciclo di 4 incontri dal taglio psicologico focalizzati più che sull'aggiungere sul togliere.
Il percorso - articolato in momenti teorici, esperienziali, di riflessione e condivisione - è dedicato a chi desidera liberarsi dai sensi di colpa, iniziare a lasciar andare le proprie ansie, superare lo scoglio rappresentato da una perdita, da una ferita dell’anima, da una caratteristica personale vissuta come limitante (es. “preoccuparsi troppo”), ma non solo, é anche per coloro che vogliono semplicemente vivere in modo più pieno e consapevole il loro presente e le loro relazioni.

L’idea di questo corso per vivere meglio nasce da alcune osservazioni fatte nel mio lavoro con le persone e, prima ancora, nella mia storia personale: ho constatato che per molti di noi il punto non è solo autorizzarci ad andare nel mondo e lottare per prendere ciò che vogliamo, magari su questo siamo pure bravi, il punto è prima ancora mollare la presa su quello che non ci sta più bene.

In questi giorni sto rileggendo “Un ponte sull’eternità” di Richard Bach, a un certo punto l'autore dice “mai ti è dato un desiderio senza che ti sia dato anche il potere di realizzarlo”.
Cosa c’entra questo col mollare la presa e lasciarsi andare alla vita?
Molto più di quello che sembri… 
Magari tendiamo a pensare che una frase così ci inviti a rimboccarci le maniche e a fare, fare tutto quello che è necessario per andare verso il nostro desiderio. Per me è anche questo, ma non solo.
A volte guidiamo la nostra vita in modo curioso: premiamo l’acceleratore, inseriamo anche la quinta, ma spesso "sgasiamo a vuoto" perché abbiamo il freno a mano tirato, facciamo una gran fatica, ci muoviamo un po’ in avanti, ma al prezzo di sforzi enormi e mai quanto vorremmo per via di quel benedetto freno, un freno che può essere vergogna, ansia, un nostro perenne senso di colpa, una perdita che fa ancora male, o un pensiero radicato negativo resistente ai nostri tentativi di cambiarlo (es. "devi compiacere” ecc.).

Quel “mai ti è dato desiderio senza che ti sia dato anche il potere di realizzarlo” é dedicato anche a chi di noi guida così, parla della possibilità di poter fare qualcosa rispetto ai nostri freni interiori, di poter togliere il freno a mano e andare liberamente verso ciò che siamo, lasciarci andare alla vita. Perché a volte il potere da esercitare per andare verso il nostro benessere nel senso più profondo del termine non riguarda il fare delle cose in più o di più, ma lo smettere di fare qualcosa, il fare delle cose in meno o il fare delle cose diverse.

E quando smettiamo di fare o credere a qualcosa di superato, diventiamo liberi di fare altro.

IL CICLO DI INCONTRI:

Venerdì 10.02.2017 dalle 18,30 alle 20,30

Venerdì 10.03.2017 dalle 18,30 alle 20,30

Venerdì 07.04.2017 dalle 18,30 alle 20,30

Venerdì 05.05.2017 dalle 18 alle 20-20,30 
 
Relatrice: Dott.ssa Gabriella Giunco, Psicologa e Psicoterapeuta della Gestalt

Sede: Auditorium, Via Roma, Vignate

per maggiori informazioni e per iscriversi,
contattare il Comune di Vignate, sezione Università dei Corsi per il Tempo Libero.

sabato 28 maggio 2016

Seminario "Genitori Stressati?" a Cernusco il 29 maggio con Familydays



Mamme, papà: Chi è senza stress alzi la mano. “I mestieri più difficili al mondo sono il genitore, l’insegnante, lo psicoterapeuta, esattamente in quest’ordine”, lo diceva un papà famoso con sei figli, Sigmund Freud. Lo stress fa parte della vita di ogni genitore e per affrontarlo il primo passo è conoscerlo: cos’è lo stress e come funziona?  Passeremo un’ora ad esplorare assieme come ci stressiamo e come gestiamo il nostro stress. Ognuno di noi scoprirà che ha un suo stile personale e che può cambiare qualcosa di sè per vivere meglio.
 
Quando
                 
       
 
Dove
Cernusco sul Naviglio - Via Buonarroti, 44 c/o sala convegni Enjoy center, 20063 Cernusco sul Naviglio      

 

mercoledì 30 marzo 2016

Evento a Vignate: Conoscere le tecniche antistress e applicarle in modo consapevole


In questo incontro del ciclo "Psicologia del Benessere Quotidiano" ci dedichiamo alle tecniche per la gestione dello stress: tecniche antistress corporee, cognitive e immaginative.

Gestire meglio lo stress è sempre un’arte... a volte d'equilibrismo, a volte d'umorismo, sempre di consapevolezza.

Per vivere meglio occorrono sia tecniche per smettere di preoccuparci, sia lavorare in modo creativo sulla nostra capacità di accettare e affrontare le difficoltà, due aspetti fortemente collegati.

Le tecniche anti-stress si raggruppano in 3 aree:

- quelle focalizzate sul problema (a caccia della soluzione migliore)
- quelle focalizzate sulle emozioni (come evitare che qualcosa ci distrugga/ci pesi troppo)
- quelle focalizzate sulla valutazione della situazione (come rivedere il significato dato agli eventi).

Ogni singola tecnica per la gestione dello stress mostra luci e ombre a seconda di come la utilizziamo nel nostro quotidiano.


Prendiamo un esempio di uso-e-abuso di una tecnica focalizzata sulle emozioni: riuscire a distrarci rispetto a un problema altrimenti assillante è un'ottima cosa se ci permette di goderci il buono che c'è nella nostra vita per poi tornare, ricaricati, ad affrontare quanto lasciato in sospeso; questo stesso distrarci diventa, però, velenoso se usato sistematicamente per evitare di affrontare il problema, spegnendo un malessere che, se avvertito fino in fondo, ci aiuterebbe a cercare con tenacia una soluzione fino a trovarla.


Uno sguardo ampio e consapevole è il prerequisito essenziale per usare le tecniche in armonia con i nostri obiettivi e il nostro benessere.


Sta a noi prenderci cura di noi e del nostro stress.
Questo è un fatto ovvio, spesso però dimenticato o sottovalutato. A volte, infatti, mettiamo così tanto gli altri davanti a noi da dimenticarci le responsabilità che abbiamo verso noi stessi, oppure ci diciamo semplicemente: "ora non ho tempo, ci penserò dopo".

Essere consapevoli e responsabili ci permette di scegliere meglio cosa trattenere e cosa lasciare andare, anche perché a volte il punto non è imparare metodi ingegnosi per "zeppare meglio l'agenda", ma riprenderci il potere di scegliere su cosa mollare la presa.
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Per saperne di più vi aspettiamo lunedì 4 aprile alle 18,30 in Auditorium a Vignate.

Relatrice: Dr.ssa Gabriella Giunco

Dove: Auditorium, Piazza Roma, 20060 Vignate (MI)

Quando: 4 Aprile 2016, ore 18,30